La dichiarazione dei redditi da preparare, la telefonata al medico, la mail a cui rispondere da giorni, la palestra promessa a sé stessi ogni lunedì. Tutti abbiamo un elenco di cose importanti che continuiamo a spostare al giorno dopo, pur sapendo che prima o poi andranno fatte. E spesso, invece di affrontarle, ci ritroviamo a riordinare un cassetto, a scorrere il telefono o a dedicarci a qualcosa di meno urgente. Questo comportamento ha un nome, procrastinazione, ed è stato studiato a lungo da psicologi e ricercatori. Le loro conclusioni sono in parte sorprendenti: rimandare non è quasi mai una questione di pigrizia.
Non è pigrizia, è gestione delle emozioni
La persona pigra non ha voglia di fare nulla e non se ne preoccupa. Chi procrastina, invece, vorrebbe agire, sa che dovrebbe farlo e spesso si sente in colpa per non riuscirci. È proprio questa contraddizione a rendere la procrastinazione così frustrante. Secondo una linea di ricerca sviluppata, tra gli altri, dallo psicologo canadese Timothy Pychyl e dalla studiosa Fuschia Sirois, il rinvio è soprattutto un tentativo di sottrarsi a emozioni sgradevoli legate a un compito.
Un'attività può suscitare noia, ansia, insicurezza, paura di sbagliare o semplicemente fastidio. Rimandarla offre un sollievo immediato: per un momento quelle sensazioni spariscono e ci si dedica a qualcosa di più piacevole. Il problema è che il sollievo dura poco. Il compito resta lì, la scadenza si avvicina e alle emozioni iniziali si aggiungono il senso di colpa e lo stress. In altre parole, si sceglie di stare meglio adesso al prezzo di stare peggio dopo.
Il presente pesa più del futuro
C'è poi un meccanismo che gli economisti e gli psicologi chiamano sconto temporale. Il nostro cervello tende a dare più valore a ciò che accade subito rispetto a ciò che accadrà più avanti. Il piacere di guardare un video ora è concreto e immediato, mentre il beneficio di aver completato una relazione tra due settimane appare lontano e astratto. Allo stesso modo, la fatica del lavoro da fare oggi si sente con forza, mentre le conseguenze del ritardo sembrano appartenere a un altro momento.
Alcuni studi hanno mostrato che tendiamo a pensare al nostro io futuro quasi come a un'altra persona. Rimandare significa quindi, in un certo senso, scaricare il peso su qualcuno che percepiamo come più motivato, più riposato, più capace di noi. Ma quando quel domani arriva, ci ritroviamo esattamente con le stesse resistenze di prima.
Quali compiti rimandiamo di più
Non tutte le attività sono rimandate allo stesso modo. Lo psicologo Piers Steel, che ha analizzato centinaia di ricerche sull'argomento, ha individuato alcuni fattori che rendono un compito più facile da rinviare. Tendiamo a procrastinare soprattutto le attività noiose o spiacevoli, quelle con una ricompensa lontana nel tempo, quelle poco chiare o che non sappiamo bene da dove cominciare, e quelle in cui ci sentiamo poco sicuri delle nostre capacità.
Ecco perché le pratiche burocratiche, le visite mediche, le conversazioni difficili o i progetti grandi e vaghi finiscono così spesso in fondo alla lista. Al contrario, quando un compito è piacevole, ha una scadenza vicina e ci sentiamo in grado di affrontarlo, è molto più facile metterci mano.
Il ruolo del perfezionismo
Un'altra causa frequente è il perfezionismo. Chi pretende da sé un risultato impeccabile può trovare insopportabile l'idea di iniziare qualcosa che rischia di non essere all'altezza. Così aspetta il momento giusto, l'ispirazione, le condizioni ideali. Il rinvio diventa una forma di protezione: se non si comincia, non si può fallire. E se poi il lavoro viene fatto all'ultimo minuto e il risultato non è brillante, si può sempre attribuire la colpa alla mancanza di tempo anziché alle proprie capacità.
Il prezzo del rinvio
Rimandare ogni tanto è normale e non va drammatizzato. Quando però diventa un'abitudine, può avere un costo. Diverse ricerche hanno associato la procrastinazione cronica a livelli più alti di stress, a un peggiore rendimento negli studi e nel lavoro e a una minore soddisfazione personale. Rinviare controlli medici o decisioni importanti, inoltre, può avere conseguenze concrete sulla salute e sulle finanze. Anche la qualità del tempo libero ne risente: chi rimanda raramente si gode davvero la pausa, perché il pensiero del compito non svolto resta sullo sfondo.
Qualche strategia per uscirne
Poiché il rinvio nasce spesso dal disagio iniziale, una delle tecniche più utili è rendere più piccolo il primo passo. Invece di proporsi di scrivere tutta la relazione, ci si può impegnare a lavorarci per dieci minuti o a scrivere solo l'introduzione. Una volta cominciato, la resistenza tende a calare e capita spesso di andare avanti più del previsto.
Un'altra strategia è trasformare le intenzioni vaghe in piani precisi. Lo psicologo Peter Gollwitzer ha studiato le cosiddette intenzioni di implementazione, cioè frasi del tipo «quando succede X, farò Y». Dire «domani alle nove, dopo il caffè, telefono al medico» funziona molto meglio di un generico «devo chiamare il medico». Il piano stabilisce quando, dove e come agire, e riduce il margine per le scuse.
Aiuta anche dividere i progetti grandi in parti più gestibili, togliere di mezzo le distrazioni più forti, come il telefono, e concedersi una piccola ricompensa dopo aver completato una parte del lavoro. Per alcuni è utile prendere un impegno con un'altra persona, che rende il rinvio più difficile.
Infine, c'è un aspetto che può sembrare controintuitivo: perdonarsi. Uno studio condotto su studenti universitari canadesi ha osservato che chi si era perdonato per aver rimandato lo studio prima di un esame tendeva a procrastinare meno in vista della prova successiva. Rimproverarsi duramente, invece, alimenta le emozioni negative da cui si cercava di fuggire e rischia di innescare un nuovo rinvio. Riconoscere il problema con un po' di gentilezza verso sé stessi è spesso il primo passo per cambiare abitudine.
Non esiste una ricetta valida per tutti, e quando il rinvio diventa così pervasivo da compromettere il lavoro, lo studio o le relazioni può essere utile parlarne con uno psicologo. Nella maggior parte dei casi, però, basta osservare con onestà che cosa ci spinge a rimandare: un compito noioso, la paura di non essere all'altezza, l'incertezza su come cominciare. Dare un nome a quella resistenza la rende già meno forte.
