Sulla cima di un monte che domina il golfo di Trapani, a circa 750 metri d'altitudine, c'è un borgo dove ogni pietra sembra avere qualcosa da dire. Erice si raggiunge salendo per tornanti o con la funivia che parte dalla città, e già dall'ingresso si capisce di essere entrati in un luogo diverso: vicoli lastricati, case di pietra grigia addossate le une alle altre, cortili nascosti dietro i portoni e una nebbia improvvisa che spesso avvolge tutto e rende l'atmosfera quasi sospesa. Qui la storia non è chiusa nei musei, ma si legge sulle facciate, negli architravi, nelle mura che circondano il centro abitato.
Un monte sacro fin dall'antichità
Molto prima che nascesse il borgo medievale, la vetta era un luogo di culto. Gli Elimi, popolazione antica della Sicilia occidentale, vi veneravano una divinità femminile legata alla fertilità, che i Fenici identificarono con Astarte, i Greci con Afrodite e i Romani con Venere Ericina. Il santuario era celebre in tutto il Mediterraneo e i naviganti vedevano da lontano il fuoco che vi ardeva, usandolo come punto di riferimento. Dove sorgeva il tempio oggi si trova il Castello di Venere, costruito in epoca normanna riutilizzando in parte i materiali dell'antica area sacra.
Un'altra testimonianza di quel passato sono le mura che cingono il lato nord-orientale del paese. Nella parte più bassa si vedono enormi blocchi di pietra appena sbozzati, attribuiti alla fase più antica; più in alto la muratura si fa regolare e su alcuni conci si distinguono ancora segni dell'alfabeto fenicio, lasciati probabilmente dai lavoratori che li tagliarono. Sopra, nei secoli successivi, furono aggiunte torri e porte, come Porta Trapani, Porta del Carmine e Porta Spada, che ancora oggi segnano gli accessi al centro storico.
Le case dei cortili
Ciò che rende Erice diversa da tanti altri borghi è l'organizzazione delle sue abitazioni. Dalla strada si vedono soprattutto muri compatti, aperti da poche finestre e da portoni sobri. La vita domestica si svolgeva all'interno, intorno a un cortile privato su cui affacciavano le stanze. Questi spazi, spesso pieni di piante, vasi e pozzi per la raccolta dell'acqua piovana, erano il cuore della casa: qui si lavorava, si cucinava, si stendevano i panni, al riparo dal vento e dagli sguardi dei passanti.
Passeggiando, capita di intravedere uno di questi cortili attraverso un portone socchiuso, e l'effetto è quello di sbirciare in un mondo intimo e silenzioso. Le case sono costruite con la pietra locale, un calcare grigio che con il tempo si è scurito e coperto di licheni. Archi, scale esterne, balconi in ferro battuto e piccole edicole votive raccontano le diverse stagioni del paese, dal Medioevo all'età barocca fino all'Ottocento.
Anche le strade fanno parte del racconto. Molte sono lastricate con un disegno particolare: riquadri di ciottoli o di pietre più piccole incorniciati da lastre rettangolari. Era un modo per rendere il fondo meno scivoloso durante le giornate di pioggia e di nebbia, frequenti a questa altitudine, e ancora oggi accompagna il passo del visitatore lungo le salite.
La città delle chiese
Per secoli il borgo si è chiamato Monte San Giuliano, nome che ha mantenuto fino al 1934, quando è tornato a quello antico. In epoca medievale e moderna vi si concentrarono conventi, monasteri e chiese in numero sorprendente rispetto alle dimensioni dell'abitato, tanto che Erice viene ricordata come la città delle cento chiese. Il numero è un'esagerazione, ma rende l'idea di quanto la vita religiosa abbia segnato il paesaggio urbano.
La più importante è la Chiesa Madre, dedicata all'Assunta, costruita nel Trecento in forme gotiche. Accanto si alza un campanile isolato, nato come torre di avvistamento, da cui lo sguardo spazia sulle saline e sulle isole Egadi. All'interno, la decorazione neogotica ottocentesca riveste le pareti e le volte con un ricamo di stucchi bianchi. Altre chiese, come San Martino, San Giuliano e San Giovanni Battista, punteggiano il centro e in alcuni casi ospitano oggi mostre e attività culturali.
Dolci, tappeti e tradizioni
Le case di Erice non raccontano solo la storia dei grandi monumenti, ma anche quella dei mestieri. Nei monasteri di clausura le suore preparavano dolci di pasta di mandorla, genovesi ripiene di crema e biscotti che venivano venduti attraverso la ruota, il passaggio girevole che permetteva lo scambio senza vedersi. Quella tradizione è sopravvissuta alla chiusura dei conventi grazie alle pasticcerie del paese, che continuano a sfornare le stesse ricette e attirano visitatori da ogni parte d'Italia.
Un'altra attività tipica è la tessitura delle frazzate, tappeti colorati realizzati al telaio con strisce di stoffa riciclata. Nelle botteghe lungo la via principale se ne trovano ancora, insieme alle ceramiche dipinte a mano che riprendono motivi della tradizione trapanese.
Un borgo da vivere con lentezza
Erice si gira a piedi e senza fretta. Il percorso può partire da Porta Trapani e salire lungo via Vittorio Emanuele fino a piazza Umberto I, dove si trova il polo museale dedicato ad Antonino Cordici, storico ericino. Da qui si prosegue tra le viuzze fino ai giardini del Balio, un'area verde con panchine e belvedere che si apre proprio sotto il Castello di Venere. Poco distante, appollaiata su uno sperone di roccia, si vede la Torretta Pepoli, costruita alla fine dell'Ottocento dal conte Agostino Pepoli come luogo di studio e di meditazione.
Il borgo ospita anche il Centro Ettore Majorana, che da decenni accoglie scienziati da tutto il mondo per scuole e seminari internazionali, all'interno di antichi conventi restaurati. È un altro segno di come queste mura abbiano saputo adattarsi ai tempi senza perdere la propria identità.
Il periodo migliore per la visita è la primavera o l'inizio dell'autunno, quando le temperature sono gradevoli e il paese è meno affollato. Conviene portare con sé una giacca anche d'estate, perché lassù il clima cambia in fretta e la nebbia può arrivare all'improvviso. È proprio in quei momenti, quando i contorni delle case si fanno incerti e il silenzio si fa più profondo, che Erice mostra il suo volto più autentico: quello di un luogo che ha attraversato tremila anni di storia e continua a raccontarli a chi ha voglia di ascoltare.
